giovedì 31 gennaio 2013

GIROCAMBIANDO 100% Green



“girocambiando è nata nel giugno del 2012 da un’idea di Stefano Mancini, ex informatico, ex produttore cinematografico. “Un giorno, passando tra le vie a fine mercato, mi sono scandalizzato di fronte allo sperpero di migliaia, solo nella mia città, (un milione in tutta Italia?) di cassette di legno che venivano tritate dalle macchine mangia rifiuti insieme alle cassette di plastica, al polistirolo, a frutta e verdura di scarto, carta, cartone…“
Un anno dopo è nata girocambiando, con l’idea di recuperare una parte di queste cassette al fine di creare oggetti di uso quotidiano, per arredare, lavorare, giocare, a casa, in ufficio, nella scuola.
Stefano ha contagiato dapprima la sua compagna Marta, che crea insieme a lui nuove idee di legno, poi amici, parenti e conoscenti, ciascuno con i propri consigli, esperienze, capacità e ore di lavoro… al limite del volontariato!
L’attenzione al rispetto dell’ambiente è una regola di vita che abbiamo applicato al nostro lavoro, le cassette sono prese dai mercati più prossimi al nostro laboratorio, gli scarti di lavorazione vengono smaltiti nel container del legno della piattaforma ecologica (noi sì!), per i nostri oggetti utilizziamo solo colla e vernice all’acqua, entrambe completamente atossiche, e non utilizziamo macchinari di grande impatto ambientale, ma semplici attrezzi da bottega, basta vedere come pressiamo le stecche di legno per incollarle tra loro.”

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L’Italia paga le più alte tasse sull’ambiente tra i Paesi dell’UE | L'Indipendenza

L’Italia paga le più alte tasse sull’ambiente tra i Paesi dell’UE | L'Indipendenza

La Stampa - Primarie del FAI: l’ambiente è una priorità culturale

La Stampa - Primarie del FAI: l’ambiente è una priorità culturale

mercoledì 30 gennaio 2013

Lagune (quasi) blu - Condizioni di vita e di salute degli stagni costieri in Italia di Mauro Lenzi, (Effequ). Intervento di Vander Tumiatti (Imprenditore e fondatore di Sea Marconi Technologies)



Tra un viaggio di lavoro e l’altro ho avuto modo di acquistare e leggere un agevole saggio edito dalla casa editrice Effequ. La collana ha per denominazione “Saggi Pop” e, a dispetto di quello che potrebbe indurre a credere il nome, si tratta (in libreria ho osservato e apprezzato più di un titolo) di pubblicazioni che si occupano in maniera “soft” e mai banale o superficiale di tematiche che possono interessare e toccare da vicino la nostra quotidianità, quella vita che conduciamo talvolta in maniera distratta, senza fermarci a riflettere su questioni che riguardano la nostra comunità, la nostra società, il nostro futuro e, last but not least, la tutela dell’ambiente. In precedenti interventi su queste pagine mi sono occupato di autori come Ferdinando Boero, Antonio Galdo, Rossella Barletta solo per citarne alcuni, che mi hanno incuriosito per i diversi approcci alla salvaguardia ambientale che hanno evidenziato nei rispettivi lavori.

Per mia natura sono un lettore onnivoro e devo dire che, anche in questo caso, non mi smentisco. Già, perché esce dunque “Lagune (quasi) blu - Condizioni di vita e di salute degli stagni costieri in Italia” di Mauro Lenzi per i tipi di Effequ edizioni. Lenzi è membro della Società italiana di biologia marina, co-fondatore della rete italiana per la ricerca lagunare Lagunet, dirige le attività di ricerca del laboratorio di ecologia della laguna di Orbetello per la società Orbetello pesca lagunare e collabora con le università di Pisa, Firenze, Siena, Parma, Venezia e Roma, oltre che con l’Ispra (Istituto di ricerche protezione dell’ambiente) di Roma, con il WWF Italia, con l’Arpat (Protezione ambientale toscana), con la Fao Roma, con il Cnr Italia (Comitato Nazionale Ricerche) e con l’Enea (Agenzia nazionale per la nuova tecnologia). Autore di tutto rispetto, Lenzi ha scritto un libro che si legge con grande agilità e piacevolezza, il cui intento fondamentale è di guidare il lettore all’esame delle lagune costiere (“zone di transizione”) lungo la costa del Mediterraneo e poi tra Spagna, Francia e Italia. Ma cosa ancora più interessante è che tenta di farne una fotografia, la più lucida possibile.

Ma cosa sono in realtà le “zone di transizione?”. Parliamo di zone al confine tra mare e terraferma che furono individuate dai nostri avi per costruirvi le loro palafitte e apprezzate per le opportunità di sopravvivenza offerte dall’habitat, perfetto per innumerevoli specie animali e vegetali. Si tratta pertanto di territori ambiti dall'uomo, che in essi ha potuto cacciare e pescare con estrema facilità. L’autore dichiara che tuttora le lagune e gli acquitrini italiani sono zone di grande importanza da un punto di vista ecologico, naturalistico, paesaggistico, ma anche economico, con il loro indotto di attività lavorative (turismo, pesca, allevamento ittico). Si pensi per esempio alla Laguna di Venezia, la più grande d’Europa, dove ha potuto fiorire, anche grazie alla protezione offerta da queste “Terre incerte”, la repubblica marinara che estese il suo dominio, nel corso di vari secoli, dall’Adriatico ai Balcani, fino all’Asia Minore. Ma al di là dell’argomento specifico, non appena terminato di leggere questo bel lavoro di Lenzi mi sono prontamente balzati alla mente numerosi spunti di riflessione. Viene spontaneo chiedersi, infatti, perché non si possa, magari su argomenti delicati in ambito ambientale, a partire dalle cosiddette “zone di transizione”, sino a questioni concernenti l’eolico, il fotovolatico, le bioenergìe, armonizzare le idee spesso contrastanti di ecologi, ingegneri, cacciatori, pescatori, agricoltori, gestori di attività turistiche, amministratori, opinion leader e operatori dell’informazione in questi ambiti. Territori di transizione anch’essi, quindi potenzialmente adatti a fornire un habitat metaforico e ideale al confronto dialettico tra l’uomo e l’ambiente, la società, la propria coscienza. Una domanda, almeno una, rimane però sospesa nell’aria, ancora in attesa di una plausibile risposta: come mai è possibile che tra economia, informazione e ambiente ci sia uno iato così forte?

La Repubblica.it » Ambiente

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Correnti - ambiente e mare. perché una volta le spiagge erano impeciate da catrame.

Correnti - ambiente e mare. perché una volta le spiagge erano impeciate da catrame.

sabato 26 gennaio 2013

“Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima” a cura di Alessandro Tessari (Mimesis edizioni) di Vander Tumiatti (Imprenditore e Fondatore di Sea Marconi Technologies)



Scopro nelle mie tante peregrinazioni editoriali (e per una singolare coincidenza di letture) una casa editrice italiana impegnata con le sue pubblicazioni nel sociale e soprattutto su tematiche che sono tanto necessarie da passare al vaglio della ragione e del buon senso. Parlo di una editrice, Mimesis edizioni, fondata nel 1987 e nata come associazione culturale con lo scopo di diffondere le idee che agitano la riflessione nostrana e nel resto d’Europa con una sola parola d’ordine: l’impegno a pubblicare lavori che facciano conoscere un pensiero indipendente e un modo originale di fare cultura a 360 gradi. Il libro che propongo in questa sede per i tipi di Mimesis ha per titolo “Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima” a cura di Alessandro Tessari, con interventi di Alessandro Tessari, Hiroki Azuma, Kojin Karatani, Roberto Terrosi, Florian Coulmas, Marcello Ghilardi, Francesco Paparella. Alessandro Tessari, docente universitario, già deputato e poi senatore della Repubblica, è stato uno tra i più importanti promotori del referendum che nel 1987, dopo la tragedia di Chernobyl, ha abrogato il nucleare in Italia. Il libro si presenta con una struttura agevole e un linguaggio veramente accessibile a tutti, anche per chi magari non possiede precise coordinate storiche che aiutino a comprendere appieno tutte le dinamiche esposte tra le pagine di questa pubblicazione. Nel libro si parla fondamentalmente di come il nucleare abbia trovato posto nel dibattito politico e sociale del nostro paese, di come l’informazione in tali ambiti sia stata gestita, quali interessi economici siano subentrati, se vi sono stati scienziati“interessati”, politici assoldati e divulgatori a pagamento che, a spada tratta, hanno tentato di fornire un’immagine poco chiara di un’energia pulita, sicura, che costa poco, alternativa a petrolio e carbone. Quello che è successo da Chernobyl a Fukushima, ci dice Tessari, ci dimostra che quando si parla di nucleare ci si muove su terreni che definire accidentati sarebbe un eufemismo e che spesso il meticciamento tra tradizione e innovazione trova seri ostacoli, anche concettuali, per una forte mancanza di senso critico.

Secondo Tessari, la realtà della catastrofe fornisce un’ulteriore prova di come la tecnologia non sia “neutrale” e una fonte energetica creata come arma di distruzione di massa non possa magicamente riciclarsi per usi pacifici senza perdere la sua intrinseca pericolosità. Persino la proverbiale saggezza giapponese rivela un inquietante risvolto: l’atavico istinto di sottomissione ai poteri costituiti e un pericoloso fatalismo.

A mio parere vi sono molti aspetti che, al di là delle diverse posizioni ideologiche, concorrono a dare forza alle argomentazioni di Tessari. Il nucleare è una fonte di energia a basso rischio statistico ma ad altissima pericolosità potenziale. In altre parole, se funziona correttamente esso contribuisce in maniera molto modesta all'incremento della C0 2 atmosferica, ma in caso di malfunzionamenti può produrre danni incommensurabili e su vastissima scala all'ambiente. Lo ha dimostrato chiaramente la tragedia di Cernobyl(aprile 1986), che ha causato e continuerà a causare nel futuro numerose vittime e danni incalcolabili. Ancora oggi, ad oltre 25 anni di distanza, ricerche scientifiche dimostrano la persistenza dei suoi effetti sugli esseri umani, sulla flora e sulla fauna. Il nucleare genera dei rifiuti che restano altamente radioattivi anche dopo un trattamento (di stabilizzazione fisica e di riduzione dei volumi) in centri specializzati. Alcuni radioisotopi hanno una vita residuale di centinaia di migliaia di anni. Allo stato della migliore tecnica disponibile (BAT) non si è ancora trovata una soluzione sostenibile e siti sicuri per la gestione in sicurezza di questo genere di rifiuti. Non è vero poi che questa sia la fonte di energia più a buon mercato. A conti fatti risulta che il nucleare di terza generazione è troppo costoso. Secondo una ricerca del Dipartimento USA dell’energia (che non si può certo tacciare di antinuclearismo) un reattore nucleare tipo EPR da 1600 MVA costa, convertito in euro, 7,5 miliardi, ben più di quanto è stato comunicato in Italia da fonti governative (4,5 miliardi). E in questo calcolo non si tiene conto dei costi per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi nonché lo smantellamento e la bonifica degli impianti e dei siti a fine vita (decommissioning). Anche sotto il profilo dell'indipendenza energetica il nucleare non risolverebbe alcuno dei problemi che attualmente ci assillano. Continueremo infatti a importare petrolio per i mezzi di trasporto, e in più, diventeremo dipendenti dall’estero per l’Uranio e per la tecnologia, visto che il nuovo reattore EPR è un brevetto francese (AREVA & EDF). Inoltre, com'è noto, l'uranio non è illimitato, anzi secondo le ultime prospezioni, parrebbe destinato ad esaurirsi, a consumi attuali, nell'arco di alcune decine di anni. Un tempo destinato inevitabilmente a ridursi con la costruzione di ogni nuova centrale. Queste le problematicità correlate a tale forma di energia. Concordando quindi in gran parte con le affermazioni contenute nel volume di Tessari, vorrei però ricordare - come già fatto in altre occasioni e su queste stesse colonne - la stringente necessità di una reale alternativa che salvaguardi l'intero nostro ecosistema ovvero, in assenza di ipotesi praticabili, di un ripensamento globale (cosa che, lo riconosco, può apparire piuttosto utopistica) dei nostri stili di vita e di consumo. A ciò potrei aggiungere anche la necessità di un radicale mutamento culturale che conduca ad una consapevolezza di gran lunga maggiore, allargata e profonda dei rischi che sta correndo la nostra casa comune, la Terra. A questo punto mi sembra adeguato concludere con le parole di Tessari "Il mescolarsi proficuo di tradizione e innovazione trova i suoi limiti nella mancanza di senso critico e nel conformismo. E’ singolare che proprio un evento bellico nucleare (Hiroshima e Nagasaki, agosto 1945), abbia segnato la nascita del Giappone contemporaneo. Fukushima segna oggi un nuovo punto di svolta, quello in cui un evento naturale (terremoto e tsunami) si è trasformato in disastro nucleare .

martedì 22 gennaio 2013

Greenpeace attacca: “Campagna elettorale senza ambiente, Paese senza futuro” - International Business Times

Greenpeace attacca: “Campagna elettorale senza ambiente, Paese senza futuro” - International Business Times

Ambiente: tornano i delfini vicino costa golfo Trieste - Ambiente e Pesca - Mare - ANSA.it

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La Stampa - Ambiente: in Texas la prima biblioteca senza carta

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Farmer's Market: la guida per fare la spesa dal contadino

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“Un mondo al bivio. Come prevenire il collasso ambientale ed economico” di Lester R. Brown (Edizioni Ambiente). Intervento di Vander Tumiatti (Imprenditore e Fondatore di Sea Marconi Technologies)



Siamo giunti in un momento storico molto particolare, dove il senso dell’urgenza, si fa sempre più pressante e forse necessario. Senso di urgenza che ovviamente abbraccia diversi livelli, politico, economico, sociale, ambientale, interessando sia i micro, sia i macro sistemi. Tra i tanti impegni lavorativi che mi occupano in Italia e all’estero non rinuncio al piacere di una buona lettura su questioni che penso possano interessare a vario titolo la comunità del lettori di opere di pregio e che vogliono “dire” qualcosa. Proprio in questi giorni mi è capitato tra le mani il lavoro edito da Edizioni Ambiente dal titolo “Un mondo al bivio. Come prevenire il collasso ambientale ed economico”di Lester R. Brown  L’autore, che ha  pubblicato numerosi interventi di natura saggistica e una cinquantina di libri, è il fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute di Washington D.C. (USA) ed è persona degna di stima e onore, dal momento che per il suo costante apporto alla tutela dell’ambiente ha vinto numerosi premi a livello internazionale, ottenendo ben 25 lauree honoris causa. Il libro, che si legge davvero di getto, è una specie di speciale sintesi che parte dalle sue più interessanti riflessioni su economia e ambiente per arrivare a degli spunti di riflessione notevoli. In effetti da “Un mondo al bivio” Brown non ci si deve aspettare improbabili soluzioni miracolose, in grado di risolvere in linea puramente teorica i mali di questo mondo, ma un momento in cui la parola d’ordine irrinunciabile è “cooperazione”. Un termine che sta a significare che quanto fatto sino ad oggi non basta e non può bastare, in ambito economico ed ambientale soprattutto. Lo scrittore ci dice che è ora di smetterla con i temporeggiamenti, che è giunto il momento di realizzare metodi e strumenti che rappresentino misure decisive per una eco/sostenibilità dei sistemi produttivi, sia in senso particolaristico che in generale. E l’urgenza sicuramente c’è, vuoi per i cambiamenti climatici, per la scarsità di risorse idriche, vuoi per la nostra troppo limitata o irrazionale produttività alimentare. Brown illustra quindi il cammino più efficace per produrre energia da fonti rinnovabili, tutelare la resa dei terreni ed evitare il prosciugamento delle riserve d’acqua potabile. Lo fa partendo da una considerazione di fondo: il modello economico occidentale, fondato su concetti come crescita continua ed uso indiscriminato delle risorse non potrà funzionare ancora per molto. Già il “Club di Roma”, fondato nel 1968 dall'imprenditore italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali, aveva focalizzato queste criticità. Il famoso “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, noto come “Rapporto Meadows” (1972), aveva predetto che la crescita economica è limitata dalla disponibilità di risorse naturali e dalla capacità di conversione delle emissioni di contaminanti da parte del pianeta.
E non potrà funzionare, soprattutto per la pressione delle economie emergenti (Cina, India, ecc.). La crescita incontrollata della popolazione mondiale (7 miliardi a fine 2011) e gli attuali modelli di consumo, determinano le condizioni di “Crisi del XXI Secolo” rendendo indispensabile rispondere dando priorità assoluta a una strategia di sviluppo sostenibile globale. Che fare, allora? Lester Brown ha pensato a una via altra, a una nuova economia rispettosa del pianeta che punti a preservare le risorse naturali, a farne semmai un uso (e riuso) intelligente, e che rinunci progressivamente ai combustibili fossili. Alla base del suo ragionamento, che lui definisce “Piano B”, in alternativo al “Piano A” che è quello attualmente e drammaticamente in vigore, vi sono quattro obiettivi prioritari: stabilizzare il clima, stabilizzare la popolazione, estirpare la povertà e ripristinare gli ecosistemi terrestri.

Per conseguirli, è urgente abbandonare il modello attuale, basato sui combustibili fossili, centrato sull’automobile e sull’usa e getta. Continuare su questa strada significa andare verso la distruzione degli ecosistemi di supporto della stessa economia, col rischio concretissimo di fare la stessa fine delle prime civiltà (i Maya o i Sumeri, per fare un esempio): ovvero di procedere speditamente verso il declino e poi l’estinzione totale della nostra civiltà.
Ma questo eclettico pensatore – Brown è scrittore, economista e ambientalista - considerato tra i gli opinionisti più influenti del mondo, non si ferma all’analisi del problema oppure alla mera formulazione di ipotesi astratte, tanto salvifiche quanto irrealistiche. Egli avanza invece proposte concrete che, se adottate, potrebbero condurre in tempi sufficientemente rapidi a miglioramenti significativi della situazione. Innanzitutto, egli sostiene, occorrerebbe procedere a una ristrutturazione del sistema della tassazione in modo che  riduca le emissioni di CO2 dell’80% entro il 2020 (uno degli obiettivi fondamentali del Piano): ovvero introdurre una carbon tax mondiale più elevata, compensata da un’analoga riduzione, per le imprese, delle imposte sul lavoro.

In questo modo non cambierebbe l’entità complessiva delle imposizioni fiscali, ma si incorporerebbero nella carbon tax i costi derivanti dai cambiamenti climatici globali.

Per stabilizzare la popolazione, debellare la povertà e ripristinare i sistemi naturali della Terra la relativa spesa si aggira, secondo Brown, sui 200 miliardi di dollari l’anno. Apparentemente, fa notare l’autore, si tratta di una cifra estremamente elevata, che però corrisponde all’incirca a un terzo dell’attuale bilancio della difesa degli Stati Uniti (560 mld$) e a un sesto di quello mondiale (1.235 mld$). In un certo senso può essere vista come il nuovo modo di intendere il budget della difesa, quello che affronta le più serie minacce alla nostra sicurezza, quali sono quelle che mettono a repentaglio il nostro futuro.
Ma non è solo questione di grandi investimenti; quella di Brown è una “everyman’s strategy”, che punta – questa la novità - al coinvolgimento dei singoli individui, e non solo quali persone che responsabilmente effettuano la raccolta differenziata oppure riciclano la carta dei giornali o sostituiscono le loro lampadine a incandescenza con dispositivi più efficienti. Come? Diventando politicamente sempre più attivi, impegnandosi quotidianamente perché si arrestino gli attuali trend di distruzione ambientale e crescita demografica che minano il nostro futuro. La scommessa è di quelle da far tremare i polsi: salvare la nostra civiltà. Astenersi spettatori, siamo chiamati tutti al tavolo da gioco (si fa per dire) e a puntare, con consapevolezza, determinazione e coraggio, perché la posta non potrebbe essere più alta.

venerdì 18 gennaio 2013

"Il cibo che vogliamo", comunicare l' ambiente. Intervento di Marilisa Romagno



“Concorso di comunicazione sociale e ambientale per giovani talenti. In palio uno stage o un corso di formazione a scelta del vincitore. Supportare giovani talenti desiderosi di cimentarsi nel campo della comunicazione sociale e ambientale è uno degli obiettivi della campagna Food We Want, promossa da Istituto Oikos, ONG Milanese. Con il concorso IL CIBO CHE VOGLIAMO giovani aspiranti giornalisti e comunicatori, di età compresa tra i 18 e i 26 anni, possono mettersi alla prova inviando tra il 14 gennaio e il 23 marzo 2013 un post su uno dei seguenti temi: "La crisi alimentare" o "Donne e agricoltura". Al vincitore sarà offerta una sponsorizzazione del valore di 3,750 euro per uno stage retribuito o per proseguire gli studi nel settore della comunicazione.”

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giovedì 17 gennaio 2013

AMBIENTE: MALDIVE, PROGRAMMA ITALIANO PER PASSARE A RINNOVABILI



“(AGI) - Milano, 16 gen. - Pannelli solari, lampadine a basso consumo e corsi sulla sostenibilita' ambientale. Sono le tre azioni in cui si articola il programma "Benefici dall'uso delle rinnovabili" che l'Universita' di Milano-Bicocca ha avviato ieri nell'atollo di Faafu, nell'arcipelago delle Maldive. Gli obiettivi principali sono la riduzione della dipendenza da combustibile fossile, la diminuzione del degrado ambientale e assicurare una maggiore autosufficienza energetica soprattutto alle isole piu' remote. Il progetto, della durata di un anno, ha un costo complessivo di 210mila euro ed e' sostenuto da Caritas Italiana con 150mila euro.
  Le isole delle Maldive si innalzano per meno di un metro sulla superficie del mare. Il rischio di sommersione a causa del surriscaldamento globale, che provoca un lento ma costante innalzamento delle acque, e' molto concreto. Per questo motivo, l'Universita' di Milano-Bicocca e la Caritas Italiana hanno deciso di portare avanti un progetto per ridurre le emissioni inquinanti sfruttando principalmente le fonti rinnovabili come il sole, il vento e le biomasse. "Questo progetto rappresenta per noi una sfida che vuole dimostrare come i problemi legati ai cambiamenti climatici globali possano essere affrontati unendo tutte le forze disponibili, comunita' locale e non", ha affermato Paolo Galli, ricercatore del dipartimento di Biotecnologie e bioscienze dell'ateneo e coordinatore del progetto. "Solamente con lo sforzo congiunto di tutti - haaggiunto - si possono infatti ottenere miglioramenti reali dell'ambiente circostante e, di conseguenza, anche nella qualita' della vita".”

Continua qui su AGI



mercoledì 16 gennaio 2013

L’ultimo giorno felice di Tullio Avoledo (edizioni Verdenero). Intervento di Vander Tumiatti (Imprenditore e Fondatore di Sea Marconi Technologies)



Francesco di mestiere fa l’architetto e decide di portare per una scampagnata domenicale, moglie, figli e amici in una gita lungo le isole della laguna veneta. Tutto sembra andare contro una giornata di relax, e infatti viene bombardato da telefonate sul cellulare, cosicché i pensieri si accumulano nella sua testa formando un nugolo inestricabile e malevolo di ansie, stress, e tensioni … il tutto in un’alchimia di storie provenienti dal suo lontano passato sino ai progetti di un futuro incerto e poco chiaro. Nella sua testa ecco che comincia a farsi strada però un pensiero nitido, preciso, che comincia a fare pulizia di tutta quella nebbia interiore che per poco non lo soffoca: l’unica proprietà rimastagli ovvero quella dove abita zio Tarciso, una persona piuttosto anziana, ma singolarmente scorbutica, e scostante. Un pensiero ossessivo che nella testa di Francesco si lega  ad un surreale pranzo slow food, e poi la verità su un mondo dove gli intrecci tra “eco/mafia” e politica assumono contorni quasi “fantascientifici”. Quali dunque i legami tra questi frame mnemonici che il protagonista vive sulla propria pelle? Uno solo: il paradigma di una grande lezione di educazione ambientale sul dissesto e il progressivo deterioramento dei nostri fiumi e della qualità della  nostra vita. Fondamentalmente l’autore parla della nostra incapacità di tutelare l’ambiente a noi circostante, arrivando a perdere quel senso dell’urgenza che forse potrebbe cambiare quell’impressione di deriva cui siamo obbligati a sottostare, arrivando quasi al punto di disprezzare le problematiche di carattere ecologico, come cose altre, che non ci riguardano da vicino. L'Avoledo che leggiamo in questo libro è un Avoledo insolito, rispetto alle sue non certo strabilianti prove come “Breve storia di lunghi tradimenti” o la “Ragazza di Vajont” che ho avuto modo di leggere qualche tempo fa. Questo libro è fondamentalmente bello, denso di essenzialità, prerogativa che solo una grande autore riesce a infondere alle sue opere, commovente, ironico, e si potrebbero elencare molte altre qualità! Ma ciò che ha colpito in particolare è il salto di prospettiva scelto dall’autore per dispiegare il tessuto narrativo, dando luogo a un insolito e perciò assai intrigante punto di vista. Devo dire che sfogliarlo mi e' piaciuto davvero, il libro si legge bene, e soprattutto ha il pregio di mostrarci quanto malata sia la società di oggi … una società che nell’arco di qualche generazione è riuscita nella titanica impresa di provocare enormi disastri ambientali sotto l’imperativo categorico del dio denaro, cancellando dall’agenda della nostra vita la possibilità di riconsiderare i nostri stili di vita. Ma il libro unisce alle tematiche ambientali quelle sociologiche tuffandoci nella provincia profonda del Nord Est e nei suoi miti, primo tra questi il benessere, conquistati a prezzo del tempo, del paesaggio, della perdita della memoria e della propria cultura. Francesco, architetto che ha venduto la sua anima alla mafia, diventerà pienamente consapevole di questa perdita incommensurabile, della grande assenza di vita, soltanto in quelle ultime ore di un giorno finalmente felice.

Intervento apparso sulle pagine della cultura del quotidiano Paese Nuovo


martedì 15 gennaio 2013

“Non è un cambio di stagione” di Martin Caparròs (Edizioni Ambiente) Intervento di Vander Tumiatti (Imprenditore e Fondatore di Sea Marconi Technologies)



Martín Caparrós (Buenos Aires, 1957) si è laureato in Storia a Parigi, è vissuto a Madrid e New York e ha diretto riviste culturali. Ha tradotto Voltaire, Shakespeare e Quevedo, ha vinto il Premio Planeta Latinoamericano, il Premio Rey de España e la borsa di studio Guggenheim. Le sue opere sono state tradotte in svariate lingue. Lui  è un personaggio incredibile che di recente ha fatto delle affermazioni degne di essere prese in considerazione.  Se è vero dunque quello che dice l’ex funzionario ONU Martin Caparròs, ovvero che l’ambientalismo non solo si è macchiato di business e di velleità modaiole, la possibilità che per  vivere ogni giorno abbiamo bisogno di un’apocalisse diventa sempre più concreta. Parte da queste considerazioni Caparròs nel suo ultimo lavoro dal titolo “Non è un cambio di stagione” uscito in Italia per le Edizioni Ambiente. Questa è l’ultima pubblicazione che sono riuscito a valutare tra i miei tanti impegni di lavoro su e giù per l’Italia. Si tratta di un libro molto interessante, tanto che alcune considerazioni in esso riportate potrebbe suscitare nella migliore delle ipotesi un “vespaio”: una forte eco/delusione dovuta all’incapacità di fare analisi obiettive davanti alle grandi tragedie come la fame nel mondo; il fatto che l’ecologia sia diventata una moda e che detti l’agenda delle soluzioni che i principali capi di governo prendono in merito: un neoconservatorismo nelle frange più estreme della sinistra ecologica, dovuto ad una perdita del senso di un futuro eco/compatibile; il generale fraintendimento della società civile nei confronti delle questioni ecologiche più importanti … ovvero ci si preoccupa per una foca che sta annegando e non dei bambini denutriti che muoiono ogni giorno. Questo libro è importante perché ci fa riflettere sul fatto che ogni categoria di “impegnati”, ha la sua personale apocalisse, sulla quale però non riesce a mettere a fuoco possibili soluzioni o proposte. “Non è un cambio di stagione” è un percorso dunque in nove paesi dal Brasile alla  Nigeria al Niger al Marocco alla Mongolia all’Australia alle Filippine, alle isole Marshall sino agli Stati Uniti ormai sotto attacco del cambiamento climatico. Una vera e propria riflessione a fior di lama quella di Caparròs sulle contraddizioni dell’ecologismo e dell’ambientalismo esasperato che a sua volta si fa “affarismo” riuscendo addirittura a smascherare con ironia e intelligenza le zone d’ombra di certi ambienti dell’ecologia integralista che si mascherano di purezza quando in realtà sotto sotto a volte c’è del marcio.

lunedì 14 gennaio 2013

AMBIENTE/Opportunità e prospettive del florovivaismo italiano. Intervento di Enzo Mari



“Torino– I florovivaisti italiani sono pronti a scommettere sul futuro di un settore che può superare la congiuntura e, anzi, essere di traino alla ripresa del Paese. Le risorse? Risparmio energetico grazie alle biomasse, un approccio “ragionato” dei mercati e, soprattutto, tanta promozione grazie anche al volano d’immagine dato dal circuito dei “Comuni Fioriti” italiani organizzato da Distretto dei Laghi di Stresa Questi i punti di confronto e rilancio emersi dal convegno nazionale di Asproflor (Associazione Produttori Florovivaisti) che ieri a Torino, in corso Francia 329, ha riunito partecipanti da tutto il Paese, molti dei quali del VCO, sul tema “Floricoltura e vivaismo nel 2013: opportunità, normative e prospettive”. Il convegno si è aperto alle ore 10.15 con il saluto dell’assessore regionale all’agricoltura Claudio Sacchetto: quindi, alle 10.30, la tavola rotonda su “biomasse per il riscaldamento delle serre”: l’ing. Fausto Adriano ha trattato gli aspetti tecnici (costi, tipologie, dimensionamento ecc.) dei moderni impianti a biomassa; il prof. Remigio Berruto del Disafa (dipartimento di scienze agrarie, forestali e alimentari) Universita’ di Torino ha presentato il “progetto di filiera per la valorizzazione degli scarti di potature mediante l'utilizzo del calore prodotto dai biodigestori”; l’ing. Oliaro ha parlato dell'incubatore aziende del politecnico di Torino, per le attività innovative; l’ing. Franco Gottero dell'istituto per le piante da legno e l'ambiente della Regione Piemonte (IPLA), ha poi illustrato il tema "energia da biomasse forestali: opportunità e limiti".

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domenica 13 gennaio 2013

Crisi: il Nyt chiude la sezione ambiente - Entro fine gennaio 30 nuove uscite per ridurre le spese. Intervento di Alessandra Baldini su Lettera 43



Venti di crisi al New York Times: mentre negli Usa due inquietanti rapporti rilanciano l'allarme sul global warming, il più influente quotidiano americano decide di smantellare la sua task force clima. La squadra di sette persone era stata creata nel 2009 e la sua abolizione è stata definita «preoccupante» dai movimenti verdi e dallo stesso Public Editor del quotidiano, (il garante dei lettori) Margaret Sullivan. I giornalisti non perderanno il posto, ma verranno assegnati ad altre redazioni. Nessuna decisione è stata ancora presa sul blog 'Green': resterà in vita se i click ricevuti ne dimostreranno il valore, ha detto il direttore per le news Dean Baquet. «Non è stata una decisione presa alla leggera», ha detto Baquet alla redazione: «All'ambiente dedichiamo più risorse che mai e non abbiamo perso interesse per i temi del clima e dell'ecologia. È stata semplicemente una mossa organizzativa». Fatto sta però che gli ambientalisti sono adesso con i fucili puntati. E che il New York Times, in tempi di crisi dell'editoria, è entrato in una fase di profonda ristrutturazione.

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sabato 12 gennaio 2013

Imperativo energetico. 100% rinnovabile ora! Come realizzare la completa riconversione del nostro sistema energetico di Hermann Scheer (Edizioni Ambiente). Di Vander Tumiatti (Fondatore di Sea Marconi Technologies)



Hermann Scheer (1944-2010), sociologo ed economista tedesco, membro del Bundestag, ha ricoperto il ruolo di Presidente di Eurosolar (Associazione europea per le energie rinnovabili), Direttore Generale del World Council for Renewable Energy, è stato il principale ispiratore della nascita dell’International Renewable Energy Agency ed è considerato il padre della legislazione tedesca sulle energie rinnovabili, a cui hanno in seguito fatto riferimento numerose altre nazioni.

Hermann Scheer è stata una delle poche menti veramente illuminate per tutto ciò che concerne le energie rinnovabili. Non solo era un esperto, ma anche un grande teorico. Naturalmente una persona dotata di una solida formazione come la sua in fatto di ambiente, soprattutto fornita di grande sensibilità, non poteva assumere su di sé l’imperativo categorico del Rinnovare senza una riflessione circa altre categorie fondamentali alla base del Rinnovare stesso, come il “Non sprecare”, l’Ottimizzare, il Massimizzare. Termini che se è vero che sentiamo sovente utilizzare dai manager e dagli allenatori sportivi, difficilmente avevano trovato accesso ad ambiti delicatissimi, come quelli dell'ambiente e dell'energia.

Due parole che ai nostri giorni significano che occorre essere seri e dire cose serie quando se ne parla, perché in ballo c’è il destino di tanti, forse di tutti! Il cambiamento, aveva sostenuto in più di qualche pubblica occasione Scheer, deve  trovare una solida base nei nostri comportamenti quotidiani. Dunque occorre del metodo, e una metodologia altro non è che una serie di azioni virtuose strutturate per una finalità ben precisa che, se ripetute, portano verso risultati assolutamente positivi. “Eroe verde” com'è stato definito da alcuni, Hermann Sheer ha avuto un merito particolare, quello di procedere con determinazione nella realizzazione dei propri progetti finché essi non assumevano una dimensione tangibile. Uno di questi, il “Conto energia”, ha avuto un ruolo particolarmente importante nella diffusione delle energie rinnovabili nel suo Paese e nel mondo.
Tra i suoi scritti uno dei più largamente citati è “Il solare e l'economia globale” nel quale l'autore mette in guardia dalle discriminazioni sociali che potrebbero originare dal prosciugarsi delle fonti energetiche mondiali, tra classi dominanti con facile accesso all'energia e il resto dell’umanità condannata alla marginalità. Un processo che, secondo Sheer rischia di riproporre il tema della superiorità di alcune razze o nazioni sulle altre, fino ad una tragica riedizione del nazismo. Come si vede, i motivi d'interesse verso questo protagonista della scena verde mondiale non mancano. Recentemente mi è capitato di leggere  un suo splendido libro, pubblicato pochi giorni prima della sua morte, edito dalle sempre più brave Edizioni Ambiente, dal titolo “Imperativo energetico. 100% rinnovabile ora! Come realizzare la completa riconversione del nostro sistema energetico”, con prefazione di Gianni Silvestrini. 

In questo libro Hermann Scheer non si fa scrupoli nel dire la sua in maniera brusca, persino brutale. In estrema sintesi egli dice che bisogna rifondare la definizione stessa di energia e individuare, senza ulteriori perdite di tempo, percorsi alternativi in grado di trasformare l’attuale sistema di produzione in energia con fonti rinnovabili. Non c’è “domani”, né alcuno spazio per i “se” e per i “ma”, l’azione deve essere immediata. L’autore non si ferma a questa considerazione, ma scandaglia con grande profondità ed acume critico le ricadute politiche, sociali ed economiche del passaggio alle energie rinnovabili. Un’analisi critica che non tralascia di colpire anche molte organizzazioni ambientaliste le quali, secondo Scheer, sovente ostacolano il cambiamento.

In quest’opera vengono date anche ipotetiche soluzioni e tutta una serie di progetti, che a suo dire potrebbero, nel giro di pochissimo tempo, fornire a tutto il mondo energia inesauribile e favorire l’affermazione di un'economia eco/compatibile.  Nel libro di Hermann Scheer si configura insomma il desiderio di dare urgentemente una risposta ai cambiamenti climatici, riducendo gli impatti ambientali e sociali legati alla produzione dei combustibili fossili e al nucleare. Un cambiamento che deve partire dal basso con un solo monito: Se non ora, quando?

 (articolo apparso sul quotidiano Paese Nuovo il 17 dicembre 2011)

venerdì 11 gennaio 2013

Quanto spende l'industria italiana per l'ambiente? I dati Istat



“Tra il 2009 e il 2010 la spesa dell'industria italiana per la protezione dell'ambiente è calata del 7,2%. Lo rende noto l'Istat precisando che nel 2010 la spesa per investimenti ambientali delle imprese industriali è risultata pari a 1.925 milioni di euro: 1.440 milioni sono stati spesi per impianti e attrezzature di tipo end-of-pipe e 485 milioni per impianti e attrezzature a tecnologia integrata. In particolare, le imprese con 250 addetti e oltre realizzano l'84,5% degli investimenti end-of-pipe e il 73,2% di quelli a tecnologia integrata. Sul totale degli investimenti fissi lordi realizzati dalle imprese quelli per la protezione dell'ambiente incidono per il 4,7%; gli investimenti ambientali per addetto risultano invece pari a 463 euro. Il 39,8% della spesa totale è destinato alle attività di protezione e recupero del suolo e delle acque di falda e superficiali, all'abbattimento del rumore, alla protezione del paesaggio e protezione dalle radiazioni e alle attività di ricerca e sviluppo finalizzate alla protezione dell'ambiente, raggruppate nella voce Altro (38,6% nel 2009)..”

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giovedì 10 gennaio 2013

Ambiente: Quasi la metà del cibo del mondo gettato senza riciclo. Tra le cause, anche le date di scadenza troppo rigide



“Roma, 10 gen. (TMNews) - Circa la metà del cibo prodotto nel mondo - due miliardi di tonnellate circa - non viene consumato e finisce nella spazzatura senza essere riciclato. Questa è l'impressionante conclusione di un rapporto curato dalla britannica Institution of Mechanical Engineers (Ime) che nelle sue analisi denuncia, tra i fattori di spreco, per il mondo sviluppato le date di scadenza troppo ravvicinate indicate sugli alimenti e per il mondo in via di sviluppo le "pratiche tecniche e agricole arretrate".
Il rapporto dell'Ime - Global Food, Waste Not , Want Not - mette per la prima volta in rilievo in tutta la sua portata il fenomeno strutturale dello spreco alimentare servendosi di date e statistiche dettagliate. Le nude cifre sono impressionanti. Tra il 30% e il 50% degli alimenti preparati per il consumo non arrivano mai sul piatto dei consumatori e questo a fronte di una situazione che, secondo le stime Onu, vede in prospettiva una crescente pressione sulle risorse naturali. L'Onu stima che nei prossimi decenni ci saranno altri 3 miliardi di bocche da sfamare e proprio in considerazione di questo trend l'Ime invita a combattere lo spreco sistematico di cibo.”

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mercoledì 9 gennaio 2013

Fermate l'euro disastro! Contro l'oligarchia finanziaria di Otte Max (Chiarelettere) Di Vander Tumiatti (Imprenditore e Fondatore di Sea Marconi Technologies)



La crisi che ancora stiamo vivendo nonostante il nuovo governo Monti, che era stato visto come il fautore di un rinnovamento economico per l’Europa, a tutt’oggi è da “bollino rosso” Il nostro Paese il quale, insieme ad altri Paesi europei, ha vissuto per lunghi anni al di sopra delle proprie possibilità, grazie in particolare alla leva della spesa pubblica (deficit spending) utilizzata spesso a fini di consenso e con eccessiva generosità. La crisi finanziaria del 2008 e più ancora quella economica scoppiata quest'anno, hanno reso oramai evidente che è impossibile continuare sulla strada di un crescente indebitamento e dello spreco. Forse è arrivato il momento di interrogarci su cosa non è andato per il verso giusto. Nel corso di una delle mie peregrinazioni libresche, mi è capitato tra le mani questo bel lavoro di Max Otte edito da Chiarelettere dal titolo emblematico “Fermate l'euro disastro! Contro l'oligarchia finanziaria”. Un libro che assolutamente non ha nulla di sensazionalistico né vuole presentarsi con toni accesi da pamphlet di quart’ordine, o peggio ancora arrivare magari a scomodare inappropriate teorie del complotto, con relative terapie, panacee di tutti i mali economici che stiamo vivendo.
Il lavoro di quest’autore è attento e scritto in maniera tale da poter essere, non solo accessibile a tutti, ma anche capace di trovare un forte gradimento tra i lettori non “forti” ma semplicemente animati dal desiderio di comprendere cosa sta accadendo attorno a noi.
Max Otte, definito da alcuni “profeta della crisi”, ma considerato da molti il più influente economista tedesco, si forma all’Università di Princeton, conosciuta come una delle cattedrali della cultura americana, e insegna economia aziendale all’Istituto superiore universitario di Worms. E’ professore all’Università di Graz e direttore dell’IFVE (Istituto per lo sviluppo della gestione di patrimoni). Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi libri di successo su argomenti economici e finanziari. In quest’ultimo lavoro afferma, detto in soldoni, che tutta la prodigalità nostra e dell’Europa verso la Grecia, l'Irlanda o il Portogallo, è finita dritta dritta nelle mani dei soliti potenti speculatori finanziari che sono soliti fare grandi affari speculando sulle difficoltà corporations o degli stati. Quello dell’insolvenza è un rischio che tocca anche l’Italia, forse soprattutto l’Italia, per poi ripercuotersi a cascata, date le dimensioni del nostro Paese, sul resto dell’Europa. Otte dice che è giunto il momento di agire per non affidare il nostro futuro allo strapotere delle banche, che sta seriamente minando la democrazia. Secondo l’economista tedesco non è necessaria alcuna rivoluzione, basterebbe dettare delle regole rigorose e precise e rispettarle, ma soprattutto farle rispettare! A ogni costo. Consentitemi ora di fare un inciso. Questo è un libro che mi ha fatto riflettere intorno alla questione delle energie alternative, in quanto parte di una possibile soluzione anche ai problemi economici attuali, e sulla necessità di farle finalmente emergere da una lunga stasi legislativa  e politica. Mai come adesso si pone con assoluta evidenza la necessità di sviluppare le fonti rinnovabili di energia, di cui il nostro Paese è potenzialmente ricco, sottraendosi il più possibile alla dipendenza dall’esterno, esposta all’incertezza delle forniture e all’instabilità politica e com’è noto, trattandosi spesso di prodotti di origine fossile, all’origine di gravi danni ambientali. Stiamo parlando di un settore nel quale si potrebbero concentrare consistenti investimenti in ricerca – cosa nella quale abbiamo il non invidiabile privilegio di essere il fanalino di coda d’Europa – a condizione però che si dia un quadro normativo certo, chiaro e lungimirante. Potemmo così creare molti posti di lavoro per giovani laureati e, successivamente, un indotto di imprese con competenze specifiche, capaci di operare in modo affidabile per la progettazione e la gestione degli impianti e, magari, di esportare la propria expertise in altri Paesi.
Tornando a Max Otte, il professore parla senza peli sulla lingua di quelle che a suo parere sono le tre menzogne raccontate dai politici tedeschi e cioè che è necessario salvare la Grecia, l'euro e l'Europa. I beneficiari dei pacchetti di salvataggio, aggiunge, sono le banche d'investimento e i super ricchi, non certo i cittadini. Una strategia che non salverà il Vecchio continente ma servirà solo ad avvantaggiare gli oligarchi della finanza, cui la politica si è chiaramente sottomessa. Un’economia di mercato corretta non dovrebbe premiare le rendite finanziarie, ma dovrebbe aiutare in ogni modo i cittadini affinché possano trovare un lavoro, mantenere una famiglia e ricevere un'adeguata tutela pensionistica. Con un preciso traguardo: spezzare il dominio dell'oligarchia finanziaria. Un obiettivo che sarebbe a portata di mano, secondo Otte, se ciascuno di noi facesse maggiore attenzione al modo in cui impiega il denaro, in particolare i propri risparmi. Il suo suggerimento è di non rivolgersi alle grandi banche ma a quelle cooperative e di acquistare titoli di aziende solide, che rappresentino valori economici, non solo finanziari. In un mondo dove la finanza prevale spesso sulla politica, anche queste scelte sono come l’espressione di un voto, una forma non secondaria di democrazia.

(articolo apparso sul quotidiano Paese Nuovo il 22 dicembre 2011)

martedì 8 gennaio 2013

Ministro Ambiente tedesco: non c'è futuro per il nucleare in Germania

"Non c'è futuro per il nucleare in Germania", ha detto il ministro tedesco dell'Ambiente, Peter Altmaier. Smentito il Commissario europeo all'Energia, il tedesco Guenther Oettinger, che non escludeva la possibilità di costruzione di nuove centrali. Le parole di Altmaier smentiscono seccamente la posizione del Commissario europeo all'Energia, il tedesco Guenther Oettinger, che a fine dicembre aveva affermato: "Tra quarant'anni ci sarà ancora dell'energia di origine nucleare nella rete elettrica tedesca", non escludendo la possibilità di costruzione di nuove centrali. (…)”

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lunedì 7 gennaio 2013

Toghe verdi. Storie di avvocati e battaglie civili di Stefania Divertito (Edizioni Ambiente). Di Vander Tumiatti (Imprenditore e fondatore di Sea Marconi Technologies)



In uno dei miei frequenti “blitz” in libreria mi sono imbattuto in un libro molto interessante, a cominciare dal titolo: “Toghe verdi. Storie di avvocati e battaglie civili”. Edito per le Edizioni Ambiente è l’ultimo lavoro della giornalista e scrittrice Stefania Divertito. Oltre al titolo, del volume mi ha colpito particolarmente la frase di Erri De Luca, che compare nella prefazione: “Stefania Divertito fruga nella discarica della memoria pubblica e l’aggiorna. Fa restauro di coscienza civile della nostra sbracata identità di popolo. Reagiremo, alla lunga succederà, ma dopo quale altra sciagura ancora?» Non posso che amaramente sposare le considerazioni di questo grande scrittore italiano, soprattutto se penso a quanto è raro incontrare pubblicazioni di tal sorta che siano dotate di altrettanta lucidità e onestà intellettuale.
Ho avuto modo di apprezzare l’autrice già nel suo precedente lavoro dal titolo “Amianto” e dopo aver terminato di leggere questo libro non posso che confermare la mia stima nei suoi confronti. Si parla nelle pagine di quest’opera di luoghi passati, ahimè, alla cronaca per veri e propri atti criminali portati avanti da gente disonesta e senza scrupoli: Porto Tolle, Praia a Mare, Malagrotta, Mugello.
“Ho letto – scrive l’autrice - che in Italia si compie un delitto contro l'ambiente ogni 43 minuti, secondo i dati del 2010 del ministero per l'Ambiente. E nei tribunali sono almeno 300 gli eco-avvocati, contando solo quelli del Wwf, oltre mille ore l’anno di lavoro al servizio della società civile, 250 udienze nel solo 2010 per difendere salute e ambiente. È da qui che è partita la ricerca. Mi ha fatto attraversare l’Italia, da Nord a Sud, isole comprese, scoprendo un altro Paese, che è orgoglioso, e che resiste, nel silenzio generale. È stato un bel viaggio, quello che mi ha fatto conoscere da vicino alcune di queste toghe verdi”.
E "Toghe verdi" parla di situazioni di inquinamento ai limiti della deriva, racconta di zone geografiche e territoriali completamente devastate, delle lotte senza “se e senza ma” di associazioni e comitati di liberi cittadini, pronti a lottare per non accettare passivamente l’orrore dinanzi ai loro occhi di un futuro tutt’altro che eco/compatibile. Uno scontro quasi antropologico, insomma, tra due opposte e apparentemente inconciliabili filosofie di vita, tra chi vede il mondo come una casa in cui abitare, la cui bellezza è da preservare, e chi riesce a vederlo solo con occhi rapaci, come una “cosa” da sfruttare fino in fondo, in nome di un indefinito e indefinibile progresso, senza curarsi delle conseguenze che ne potranno derivare. Da questo assunto e dalle battaglie legali che si scatenano intorno all’ambiente è partita la ricerca di Stefania Divertito, la quale offre ai suoi lettori uno spaccato tragico di scenari naturali e umani irreversibilmente compromessi. E’ vero, possiamo dire che ogni giorno leggiamo sui giornali di storie a volte anche più gravi, ma che passano inosservate: c’è stato chi per dare al nostro paese un treno super-tecnologico non si è fatto scrupoli a “svuotare” il Mugello, a sottrarre acqua a fiumi e acquedotti, rischiando di mettere in ginocchio una buona parte di Firenze; c’è stato e c’è tuttora chi (tanto a nord quanto a Sud) mette deroghe alle leggi pur di favorire imprese fortemente inquinanti, senza curarsi di parchi naturali o altre zone protette. Eppure, nonostante la lotta intrapresa da parecchie istituzioni pubbliche e private, accade che non tutti gli “investigatori togati”, protagonisti di importanti battaglie ambientali, siano realmente “verdi”. E questo lascia spazio ad alcune mie considerazioni in merito a giustizia, legalità, ambiente. La lotta per la difesa del nostro ecosistema è resa particolarmente difficile dalle dimensioni economiche degli interessi con cui si scontra. Si pensi al confronto permanente, al limite della conflittualità, tra molti stati per accaparrarsi le risorse del pianeta: idrocarburi e materie prime, ma anche della stessa acqua. E’ una questione che ci coinvolge tutti, nessuno escluso, perché dai suoi esiti dipendono salute, lavoro, ricchezza e qualità della vita di ogni essere umano, ma anche l’esistenza di piante e animali. Il punto è che, un po’ per la complessità della materia, un po’ per gli enormi interessi in gioco, un po’ per la prevalenza dell’ideologia sull’analisi scientifica, non sempre il bianco è bianco e il nero è nero, così come non è affatto detto che il verde sia verde per davvero. Anzi a volte accade che, per quelle imprevedibili e imperscrutabili pieghe che può prendere la realtà quando viene sapientemente “addomesticata”, alcuni colori possano virare addirittura, con una  bella e acrobatica giravolta cromatica, nel loro esatto opposto.

(articolo apparso sul quotidiano Paese Nuovo del 31 gennaio 2012)

domenica 6 gennaio 2013

Ambiente: 292 nuove dighe in India nei prossimi anni, preoccupazione per la biodiversità di Peppe Caridi



“Nel corso dei prossimi decenni, il governo indiano prevede la costruzione di 292 dighe in tutta la regione dell’Himalaya. Ottenere energia elettrica dalle dighe potrebbe essere positivo per l’India, che ha subito un blackout nazionale nel luglio 2012, anche se potrebbero esserci serie ripercussioni ambientali. Secondo lo studio della University of Delhi pubblicato su ‘Science’, nuove dighe sarebbero in grado di fornire energia per i meno abbienti limitando le emissioni di carbonio: un effetto importante poiche’ in India le emissioni di carbonio totali dovrebbero piu’ che raddoppiare entro il 2030. (…)
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sabato 5 gennaio 2013

Gli ebook e la loro ecocompatibilità



“Sono ormai più di due anni che mi occupo di segnalare testi, case editrici, eventi culturali legati in qualche modo all’ambiente ed alla cultura ecologica. E’ da molto più tempo invece che, viaggiando per lavoro un po’in tutto il mondo, mi pongo l’obiettivo di realizzare ricerche e progetti di sviluppo nell’ambito delle nuove energie, all’interno di quel vasto e magmatico “mare magnum” della Green Economy. Ciò che mi ha sempre sorpreso è che, sia da parte di giornalisti anche specializzati su tematiche “verdi”, sia da parte di ambientalisti inflessibili, si abusa generalmente, e in maniera superficiale, del termine “eco/compatibilità”, spesso utilizzandolo a sproposito, oppure in modo decisamente de-contestuale. Indubbiamente la parola “eco/compatibilità” ha subito numerose traversie semantiche che l’hanno dapprima relegata solo alle questioni di carattere biologico, come l’osservazione della natura e dei suoi equilibri, poi e su più larga scala, alle conseguenze ultime dell’agire dell’uomo nei confronti dell’ambiente. Si impone quindi una decodifica. Una su tutte quella della Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea (GUCE), che di eco/compatibilità ha dato la seguente definizione: “processi per minimizzare l’impatto negativo del sistema industriale”. Se dunque l’obiettivo dell’ecompatibilità è quello di minimizzare le disastrose conseguenze dell’industria sull’ambiente, non ho potuto fare a meno di riflettere sull’ipotesi che anche un’industria culturale, e nello specifico quella editoriale, potrebbe contribuire a migliorare eco/compatibilmente questo mondo. Ed ecco che mi viene subito in mente la nuova frontiera dell’editoria, che è quella digitale, ovvero quella degli ebook, i libri che si possono leggere sugli Ipad, sui kindle o su altre tipologie di ebook reader. Negli ultimi mesi ho acquistato e letto diversi ebook, acquistati ad esempio da Il Mio Libro, da Youcanprint, servizio di selfpublishing tutto italiano che ha sede a Tricase nel Salento, da BookRepublic e da Ebookyou. Devo dire che si è trattato di esperienze assolutamente soddisfacenti, sia sul piano del semplice acquisto, che della reperibilità. Gli ebook li trovi subito, li porti con te ovunque, senza problemi di spazio o di peso, sono in assoluto il prodotto più eco/compatibile che ci sia, dal momento che per la loro produzione non viene abbattuto un solo albero, è richiesta pochissima energia e, nel caso restino invenduti, non pongono alcun problema di resi. Essendo molto più economici da produrre, sono spesso gratuiti (in generale, anche se non solo, i testi classici) e, non richiedendo consistenti capitali di rischio per la loro realizzazione, stanno aprendo le porte dell’editoria, democraticamente, a un numero crescente di aspiranti scrittori. Anche la loro distribuzione è decisamente più ecocompatibile, non necessitando di mezzi di trasporto inquinanti e costosi. Stanno inoltre rendendo accessibile uno sconfinato patrimonio di cultura a una platea di lettori sempre più vasta e diversificata e, anche se letti e annotati più e più volte non si consumano mai. Naturalmente prima che il libro tradizionale venga definitivamente sostituito dall’ebook ne passerà di tempo, ma posso dire che qualche passo illuminato in tal senso si è fatto e tutt’ora lo si sta facendo. E di questo mi persuado ulteriormente, ad esempio, quando apprendo che una scuola di Lecce, nello specifico l’ISISS Scarambone di Lecce ha provveduto a fornire ogni studente di netbook per lezioni interattive da vero “eco/futuro”. Dunque l’eco/compatibilità non può e non deve rimanere solo una categoria astratta, o meglio relegata solo a determinati aspetti del vivere umano ed economico. E chissà, forse una prima rivoluzione eco/digitale, nonché ecocompatibile, potrebbe cominciare – e perché no? – proprio dal mondo della cultura e dell’editoria.

Questo intervento è apparso su Libri Bari Blog de La Repubblica
Libri Bari Blog de La Repubblica

venerdì 4 gennaio 2013

Ambiente: nasce il portale web 2.0 della sentieristica e del trekking




“Toscana - Un progetto della Provincia dedicato alla sentieristica nel territorio fiorentino. Online tutte le mappe, le coordinate gps per smartphone e tablet, le curiosità e i consigli. Con l'intento di fornire a cittadini e turisti tutta la documentazione storica, ambientale, cartografica e geologica è online da oggi il portale della sentieristica della Provincia di Firenze, all'indirizzo www.provincia.fi.it/sentieri. Un progetto al quale Palazzo Medici Riccardi lavora da diversi mesi. "Sono ben 15 le aree protette e 60 i sentieri percorribili, un patrimonio ambientale e culturale immenso che ci rende molto orgogliosi - spiega l'Assessore al Territorio della Provincia di Firenze, Marco Gamannossi - Da oggi, grazie agli strumenti che la tecnologia ci offre, diamo una possibilità in più per conoscerlo, visitarlo, approfondirne i valori. Le aree protette del nostro territorio non sono luoghi chiusi dentro una campana di vetro, ma devono essere vissuti e fruiti con intelligenza. Sono utili per far conoscere sempre di più la bellezza del nostro territorio e possono essere leve per lo sviluppo sostenibile delle nostre comunità. L'innovazione tecnologica è una grande frontiera per la pubblica amministrazione, per renderla sempre più aperta e moderna". Notizie storiche, conformazione geografica, curiosità e leggende, ma anche flora e fauna e informazioni dettagliate sui sentieri. Tante informazioni che la Provincia di Firenze mette a disposizione dei cittadini per promuovere la conoscenza e la tutela del territorio e delle sue meraviglie. Elemento innovativo che porta il trekking nel mondo 2.0: per ciascun sentiero la Provincia di Firenze ha predisposto anche le impostazioni da scaricare per impostare i propri strumenti GPS per una giornata di cammino in tutta sicurezza. (…)”

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