giovedì 5 novembre 2015

L’ultima lucina sull’Albero della Vita all’Expo! Intervento di Stefano D’Almo
















Quando, sabato scorso a Rho, si è spenta l'ultima lucina sull'albero della Vita, la scultura simbolo dell'Expo milanese, sono stati in tanti ad aver tirato un sospiro di sollievo. Si era infatti concluso un  evento che molti temevano potesse attirare l'interesse di qualche insensato in cerca di martirio o anche solo di facile notorietà. Non aver registrato attentati è stato di sicuro un gran risultato, merito del servizio d'ordine oppure della buonasorte, forse di entrambi. Tanti altri, un sospiro di sollievo l'avevano tirato già sei mesi prima, quando la kermesse fu inaugurata mentre si sentivano ancora, sullo sfondo, i colpi di martello dei cantieri ancora da finire.
Ora che è spenta l'eco delle ultime dichiarazioni ufficiali, delle abituali frasi autocelebrative e dei numeri declamati come un mantra, credo sia il momento di fare qualche considerazine a margine di una manifestazione che bene o male ha messo il nostro Paese sotto i riflettori del mondo per ben due stagioni. 
Expo 2015: un vero successo?
Stando alle cifre fornite dall'organizzazione si direbbe di si. Oltre 21 milioni di visitatori – un milione in più dell'obiettivo prefissato – 140 Paesi partecipanti e un giro d'affari valutato intorno ai 23 miliardi di euro, a fronte di investimenti pari a 2,3 miliardi di euro spesi per la realizzazione dell'esposizione universale lombarda. Ora, ammettiamo che questi dati siano buoni, così come supponiamo che l'Expo si sia tradotto in una portentosa "vetrina" per l'Italia. Siamo certi però di essere riusciti a sfruttare tutte le opportunità offerte da un evento di questa portata? Sul punto qualche dubbio ce l'avrei. Cominciamo dai benefici d'immagine. L'aver visto una grande  partecipazione e il manifestarsi di un notevole interesse verso questa manifestazione non può far dimenticare le deplorevoli vicende giudiziarie e i gravi ritardi realizzativi che ne hanno caratterizzato la genesi. Nei mesi precedenti l'inaugurazione, le notizie sugli arresti per corruzione  nell'affidamento degli appalti, così come quelle sulle infiltrazioni mafiose, hanno fatto il giro del mondo consolidando, ahimé, la già molto diffusa diffusa percezione di un Paese in posizione di tutto rispetto nella classifica delle nazioni più corrotte del mondo. L'essere comunque riusciti ad aprirre i cancelli in extremis non ce la fa a cancella questa immagine negativa, rafforzata uteriormente dal fatto che a quanto si dice, gli Emirati Arabi, Paese che ospiterà l'edizione 2020, hanno già il contenitore  pronto e tra cinque anni a Dubai basterà pigiare un bottone per dare il via alla festa. Altre latitudini, altre culture, altre legislazioni ed altre magistrature.
Luci e ombre (soprattutto in periferia)
Ma un altro aspetto che credo sia interessante indagare è il seguente: in quale misura Expo 2015 è riuscito a riverberare il suo "appeal" sul territorio nazionale al di fuori della Lombardia; in altre parole, è stato o no capace di produrre benefici al di  là delle sue mura? Anche a questo riguardo ho qualche dubbio. A Venezia - città in cui vivo- per esempio, Expo era presente con un suo satellite, il padiglione Acquae, una specie di "palasport" con sale riunioni, ristoranti, un discreto numero di stand ospitanti aziende venete attive nei settori dell'ambiente, dell'agricoltura, della ristorazione ecc. Risultati? Scarsi, anzi di più, scarsissimi. Al punto che molti degli espositori hanno minacciato di fare causa all'organizzazione per non aver adempiuto agli obblighi contrattuali che prevedevano maggiore impegno nelle attività di comunicazione e promozione della manifestazione. Così, mentre a Milano la gente si schiacciava letteralmente ai cancelli per entrare, a Venezia i parcheggi intorno a questa sorta di cattedrale nella laguna restavano desolantemente semideserti (a dire il vero, anche il prezzo del biglietto non ha giocato a favore, essendo decisamente troppo elevato rispetto all'offerta). Un'ulteriore riprova dell'assunto che, se non si raggiunge una "massa critica" di proposte espositive interessanti, se non le si accompagna con eventi di contorno convincenti e in assenza di una buona e aggressiva attività di comunicazione è assai difficile attrarre il pubblico.
Le code: davvero inevitabili?
Un'ultima considerazione a proposito delle lunghissime code che tutti abbiamo visto in televisione.   Sono andato all'Expo il giorno prima della chiusura, spinto dalla curiosità di vedere con i miei occhi questa meraviglia, ma soprattutto per rendermi conto di persona di come fosse possibile che degli esseri umani sani di mente (non ho altra ragione di dubitare che non lo fossero) potessero assoggettarsi al supplizio di attese infinite di oltre cinque ore (Kazakistan) o addirittura di otto ore (Giappone). E non si tratta di casi isolati. Anche altri padiglioni, come quello italiano, il tedesco, quello degli Emirati Arabi e molti altri ancora sfoggiavano file a serpentina di centinaio di metri. Alcuni di essi li ho visti, grazie alla priorità data in qualche caso ai rappresentanti dei media Questo mi ha reso ancora più incomprensibile il fatto che si potesse gettare via il proprio tempo in quel modo, oltretutto dopo aver pagato un prezzo non indifferente per poter accedere all'area espositiva. So di persone che hanno speso i quasi quaranta euro del prezzo del biglietto e che hanno visto le strutture solo dall'esterno, oppure al massimo uno o due padiglioni. Ma sarebbe stato poi così difficile gestire meglio il flusso dei visitatori? Non credo. A mio parere sarebbe bastato suddividere le persone in gruppi adeguati alle dimensioni dei diversi spazi espositivi e dotare ciascuna di esse con un piccolo badge o cartoncino di prenotazione riportante l'orario in cui presentarsi.
Un espediente "low cost - low tech", che avrebbe consentito di ridurre grandemente le attese, permettendo peraltro a tutti di visitare un maggior numero di Paesi e di godere dell'Expo più pienamente. Un obiettivo che, in teoria, avrebbe dovuto accomunare tutti, al di qua e al di là delle transenne. Il sospetto è che alcuni abbiano visto nelle lunghe file di gente in attesa una sorta di testimonial collettivo, di una prova visiva delle straordinarie qualità del proprio padiglione. Questa interpretazione appare però in netto contrasto con il tema di fondo cui si è ispirato l'Expo milanese: la sostenibilità alimentare, l'emergenza climatica, la lotta allo spreco di alimenti così come  dell'energia. E lo spreco di tempo? Oltre a testimoniare una scarsa attenzione e sensibilità verso le persone e il loro tempo, obbligarle a delle attese così lunghe non è forse uno spreco ingiustificabile? Tra le risorse di cui disponiamo: acqua, fonti energetiche, aria, cibo, quella del tempo è probabilmente una delle più preziose, sicuramente la meno rinnovabile.    


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